Il Veneto : tra microvariazione e vitalità

Professore di Linguistica presso l’Université Côte d’Azur di Nizza, Diego Pescarini è ricercatore senior del Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS): la mole di pubblicazioni che ha dedicato alle strutture linguistiche e ai dialetti scandaglia principalmente la complessità dell’area romanza con un approccio comparativo e con taglio ora sincronico ora diacronico. Il saggio sul Veneto uscito da pochi mesi (Dialetti d’Italia : Veneto, Roma, Carocci, 2024) offre una disamina del variegato panorama linguistico locale e, al contempo, una meticolosa quanto appassionante istantanea dello stato di vitalità della lingua:

« Il Veneto è una delle poche regioni italiane e l’unica del Nord in cui una buona parte delle famiglie dichiara di parlare esclusivamente dialetto : il 30,6 % della popolazione afferma di parlare solo in dialetto con i propri familiari ; leggermente meno sono le famiglie in cui si parla esclusivamente italiano, ossia il 28,5%.

L’uso del dialetto (ormai sempre più mescolato all’italiano) è quindi molto più vitale in Veneto che nelle regioni confinanti […]. Il dialetto continua comunque a essere impiegato anche nelle interazioni con estranei – immigrati inclusi – e nei contesti lavorativi, mentre nelle altre regioni italiane, soprattutto quelle del Settentrione, l’impiego del dialetto in tali contesti tende a zero » (p. 14, sottolineatura nostra).

  1. Professor Pescarini, le varietà del Veneto sono quindi molto vitali: sulla base delle ricerche da Lei condotte, è possibile ipotizzare un attaccamento identitario delle persone al valore della lingua-cultura locale? Se sì, questo attaccamento, per quello che ha potuto osservare, appare collegato ad alcuni ambiti esclusivi della vita sociale ed economica oppure è pervasivo?

Più che di attaccamento identitario, mi sembra che i veneti non abbiano pregiudizi negativi nei confronti del proprio dialetto. Questo fa sì che, in Veneto più che in altre regioni, alcuni tratti dialettali siano ammessi con una certa benevolenza anche in contesti relativamente formali. Preferisco parlare di tratti, perché di fatto non esiste una contrapposizione netta fra il dialetto e la lingua nazionale. Nei differenti ambiti sociali, fra generazioni, a seconda delle condizioni ambientali e dei soggetti interessati, i parlanti sfruttano questa capacità di scegliere registri linguistici diversi. Giovan Battista Pellegrini usava proprio la metafora dei registri dell’organo, ovvero dei diversi timbri che un’organista può selezionare sullo strumento. Nel modo di comunicare dei veneti – anche se in misura minore nelle giovani generazioni – i registri dialettali sono certamente ancora piuttosto vitali.    

  • A differenza di alcuni studi capitali sul veneto che, cronologicamente, hanno preceduto il suo lavoro, ha scelto di privilegiare l’approccio comparativo: in questo modo è stato possibile stilare un elenco di voci che appaiono, complessivamente, caratterizzanti dell’area veneta, come técia (« teglia »), pirón (« forchetta »), pajàro / meda (« pagliaio, mucchio di fieno »), tabià con parecchie varianti, dal lat. tabulatu « tavolato » (« fienile della montagna »), barco / barchesaprerom. *barga, « capanna » (« fienile »), pìto / dìndio (« tacchino »), manarìn (« accetta »), pasaro / panegàs (« passero »), balcón / pèrgolo / pontesel / pojól / piól (« balcone ») … è interessante notare come alcuni termini siano ancora riconducibili al sostrato celtico, sebbene l’incidenza si rilevi maggiore nell’area alpina e, comunque, l’influsso gallico risulti, nel complesso, poco significativo a livello lessicale : bedólo / bióla (« betulla »), brocón / broconaro (« erica », cfr. celt. *brucus, « sterpaglia » e cfr. « brughiera »), sbrisa (« porcino »), tamiso (« setaccio ») tròdo con parecchie varianti, « sentiero »), sgréndene (« capelli scarmigliati » (pp. 106-107), da cui l’espressivo sgrendenona, aggettivo sostantivato che abbiamo riscontrato in uso per indicare una « donna scarmigliata ».  A suo avviso, al di là delle varianti, i parlanti riescono a riconoscersi in un ceppo linguistico comune quando sentono uno di questi vocaboli?

Parlerei con cautela di “ceppo comune”, che è un termine che può dar adito a qualche fraintendimento. Per capirci, i linguisti hanno cominciato a ricostruire i ceppi linguistici delle lingue indo-europee agli inizi del diciannovesimo secolo, quando hanno messo al centro dell’analisi comparativa non tanto le parole, quanto alcune corrispondenze sistematiche nel sistema delle coniugazioni. Le parole non sono infatti dei buoni indicatori dell’appartenenza ad un ceppo perché vengono continuamente prestate, accolte, adattate da una lingua all’altra, secondo le mode, le rotte commerciali, le migrazioni. La breve lista di termini che lei ha citato, alcuni di provenienza celtica, altri di provenienza latina o greca, ne è un chiaro esempio. Sicuramente i parlanti veneti, magari i meno giovani, riconosceranno fra alcune di queste parole qualche elemento del loro “lessico famigliare”: una parola sentita da una vecchia zia o dal nonno. Queste parole possono quindi aprire qualche cassetto della memoria, ma non scomoderei per questo un termine come “ceppo linguistico comune”, che irrimediabilmente spingerebbe la discussione verso questioni identitarie che, come già detto, sono marginali e fuorvianti.      

  • D’altra parte gli apporti sono variegati : basti pensare ai germanismi risalenti a diverse epoche, dai paleogermanismi, già attestati in latino « prima della caduta dell’Impero romano » (p. 107), fino ai tedeschismi più recenti, come il famoso schei  (diffuso in tutta l’area veneta per « soldi » e stampigliato anche, goliardicamente, sui prodotti dei vigneti dell’Osteria senz’oste di Valdobbiadene), di cui nel libro rintraccia l’origine nella dicitura tedesca Scheidemünze (« moneta divisionale »), riportata sulle monete austriache (p. 107). Questi scambi con il patrimonio germanico sono ancora attivi ai nostri giorni e contribuiscono alla vitalità dei dialetti veneti?

Come per le parole citate in precedenza, quello che colpisce maggiormente è la ricchezza degli apporti provenienti da altre aree. Certamente i rapporti trans-alpini con le aree germanofone sono stati significativi per secoli, ma per il futuro prossimo non mi aspetterei grandi innovazioni in questo senso. In primo luogo, il dialetto non è più una lingua che accoglie prestiti e, se lo fa, li prende attraverso la mediazione dell’italiano. In secondo luogo, il confine linguistico fra aree romanze e germaniche si è ormai spostato ben oltre i confini amministrativi del Veneto. Le isole linguistiche germanofone degli altipiani sono oramai estinte. L’emigrazione stagionale verso i territori germanofoni, tipica delle zone montane del Veneto, è un ricordo del passato. Inoltre, la lingua di scambio – e la lingua da cui proviene la maggior parte dei nostri prestiti – è ormai l’inglese.  

  • Interessante è anche la variazione fonetica del nesso [skj] rispetto all’esito del veneziano [‘ʃtʃ], come nel lessema [‘ʃtʃao] (« schiavo ») da cui deriva l’internazionale saluto italiano « ciao »: « il veneziano tende a mantenere tali affricate, mentre nel veneto centrale troviamo piuttosto dei foni fricativi (pad. [‘çave] ‘chiave’, [‘jara] ‘ghiaia’) o approssimanti » (p. 33). È corretto affermare che noi Italiani non consideriamo mai abbastanza la portata dirompente e l’ascendenza veneta del nostro « Ciao »?  

“Ciao” è una delle poche parole venete che si è fatta strada in italiano e, credo, quella che ha avuto più successo oltre i confini nazionali. Non è un fatto così noto, in effetti, ma del resto tendiamo a dare poca importanza alla storia delle parole che usiamo. A scuola si insegna molto la storia dell’arte, la storia della filosofia, la storia della letteratura (italiana, magari anche inglese, latina e greca), ma studiamo poco la storia della lingua, intesa come storia delle strutture linguistiche, etimologia compresa. Facciamo ad esempio leggere Dante e Boccaccio, ma senza spiegare come e perché la lingua di Dante e Boccaccio fosse diversa dall’italiano moderno. Allo stesso modo, l’apporto dei cosiddetti dialetti allo sviluppo della lingua nazionale è un tema marginale, che si affronta solo in relazione ad alcuni autori specifici (Belli, Goldoni, ecc.) o, in modo molto astratto, in relazione alla “questione della lingua”, che è in fondo un tema di politica linguistica, in senso lato. Direi quindi che è un peccato che noi italiani conosciamo così poco la storia delle nostre lingue (uso il plurale).

  • Una peculiarità del veneto è rappresentata dalle « costruzioni intensive del tipo aggettivo + aggettivo simili all’it. bagnato fradicio » e « che non hanno corrispondenza nella lingua nazionale : mojo negà lett. ‘bagnato annegato’, imbriago spolpo ‘ubriaco fradicio’, magro impicà, ‘magro impiccato,  fredo ingiassà ‘freddo ghiacciato’ » (p.101). Possiamo considerare la ricorrenza di queste espressioni come una cifra della vitalità e della forza espressiva del veneto?

Non credo esistano degli studi specifici su questo fenomeno in altre varietà settentrionali, ma mi sembra che, rispetto all’italiano, queste espressioni siano più frequenti, sebbene siano forme idiomatiche che non sono poi così produttive nemmeno in dialetto. Produttivo vuol dire che, prendendo queste espressioni a modello, possiamo coniarne di nuove. Ho provato a inventarne qualcuna, usando come base altri aggettivi. Ad esempio, ho coniato: vecio ingobà. Chissà se anche questa diventerà una forma idiomatica! Questa sarebbe una vera prova della vitalità del nostro dialetto.

  • Il valore pregnante dell’etimologia e il colore del folclore si riverberano anche nel termine « filò < filatu, poi per estensione ‘veglia di contadini nelle stalle durante l’inverno’ » (p.43). La tradizione del fare filò coniugava il piacere della condivisione alla cultura orale dei contafole, che coinvolgevano il pubblico anche distribuendo ruoli da interpreti agli astanti, occupati nelle faccende quotidiane. Così, tutto un patrimonio di racconti, proverbi, ninne nanne è stato perpetuato e alimentato. Anche gli indovinelli avevano il loro spazio: l’atto di nascita del volgare italiano è individuato proprio nel celebre Indovinello veronese (IX sec.), che documenta anche il frequente ricorso del veneto a « suffissi che, per forma, funzione o estensione, si discostano da quelli dell’italiano », come -ùro / -or (cfr., nell’Indovinello veronese : albo versorio teneba). Si potrebbe azzardare che una certa propensione all’ironia e allo spirito critico rappresentino un tratto ascrivibile alla lingua-cultura veneta? Il riferimento va anche ai sonetti licenziosi del giurista veneziano Giorgio Baffo (1694-1768), che, in modo salace, denunciava l’ipocrisia e la corruzione dei grandi del suo tempo. Un poeta dialettale riscoperto e tradotto in francese da Guillaume Apollinaire.

I linguisti di solito non azzardano considerazioni di questo tipo, ma non mi dispiace il pensiero di un filo sottile, fatto di ironia e autoironia, che lega un anonimo monaco dell’ottavo/nono secolo ai contadini raccolti nella stalla, passando magari per Goldoni, Ruzante e Meneghello!

  • Curioso è anche il fatto che il suffisso derivativo -ésso (-ezzo) sia usato per « ritrarre » il guizzo d’un gesto improvviso o di una condizione fugace, come nel lessema che indica uno strappo alla dieta : [golo’zeso] ‘piccolo peccato di gola’ (p. 104). Lo stesso suffisso è alla base del termine « pettegolezzo » che, come sottolinea nel libro, è di origine veneta : di nuovo possiamo forse cogliere una finezza di spirito che si aguzzava snocciolando « ciacole » nei filò ? Una carica di ironia pungente sembra all’opera, ad esempio, nel « ven. occ. parécio preparazione, apparecchiatura (anche della tavola) un po’ ostentata » (p. 105). D’altra parte, sagacia e gusto della creatività verbale si ritrovano anche in filastrocche infantili ancora in uso, con termini come bulibè, bogonèle, varianti ludiche di bòvolo /bògolo e di altre forme del veneto centrale designanti la lumaca, a fronte di [‘ʃtʃɔso] diffuso nel veneto settentrionale, del ladino sgnék (prestito dal tedesco Schneke) e del veneto centrale carabò(l)o dal greco carabolas (p. 119).

Per tornare a quanto si diceva prima, noi veneti abbiamo la fortuna di poter guardare al nostro dialetto con affetto. Ma questo non dipende né dalle caratteristiche intrinseche della lingua, né da qualche tratto antropologico speciale di noi veneti. Ciò dipende dal fatto che chi ci ha preceduto ha costruito un’immagine della lingua locale come qualcosa di prezioso, che merita attenzione e rispetto. Grandi scrittori come Luigi Meneghello o Andrea Zanzotto hanno giocato un ruolo determinante nel plasmare questa immagine così nobile e, soprattutto, nel sondare questa materia così affascinante. 

  • Abbiamo così gustato un assaggio del ventaglio lessicale dispiegato dalle varietà venete, che si arricchiscono ulteriormente grazie ad alcune varietà del ladino dolomitico. Alla questione ladina, ancora affascinante quanto irrisolta, è dedicato l’ultimo capitolo, che offre una chiara e puntuale ricostruzione delle ipotesi più contrapposte, lasciando anche emergere il fatto che « l’area cadorina – ampiamente esplorata da Giovan Battista Pellegrini – è un terreno di studi cruciale per mostrare come non ci sia alcun confine netto fra l’area ladina e quella veneta » (p. 123). Anche in questa prospettiva, quali piste di ricerca auspica per l’avvenire?

Il ladino dolomitico è un’area ampiamente studiata, grazie anche ai benefici legati alla politica di tutela delle minoranze linguistiche. I colleghi che se ne sono occupati di recente e che continuano ad occuparsene stanno facendo un ottimo lavoro. Come filone di studi, mi sembra molto promettente quello incentrato sull’acquisizione di queste lingue minoritarie. Mi riferisco soprattutto all’acquisizione naturale, in contesti di socializzazione primaria (la famiglia, soprattutto), più che all’acquisizione “artificiale” nel contesto scolastico. Su questo secondo meccanismo di salvaguardia del patrimonio linguistico nutro qualche riserva.  

  • Uno dei fenomeni che attengono alla frequenza dei pronomi clitici in veneto è il posizionamento che li vede talvolta attaccati all’infinito: da specialista dello studio di questi elementi sintattici, ritiene che questo campo d’indagine sia ancora, per molti versi, inesplorato?

Sebbene si tratti di un fenomeno molto noto, in verità ci sono diversi punti che ci sono sfuggiti. Ad esempio, non ci è molto chiara la sintassi di quelle varietà settentrionali (ad esempio in val Cordevole) in cui il pronome si trova in una posizione intermedia, come in “el vol ne descore”, che corrisponderebbe all’it. ‘Vuole ci parlare’ (per ‘vuole parlarci’). Sul versante storico, sarebbe interessante capire meglio come i dialetti centrali, soprattutto quelli urbani, stiano diventando sempre più simili all’italiano, ammettendo entrambe le strutture, quella in cui il pronome rimane attaccato all’infinito (te ghè da portarlo) e quella in cui il pronome “sale”, attaccandosi al verbo ausiliare (te lo ghè da portar). Il secondo esempio è un’innovazione piuttosto recente, ma ormai la si sente piuttosto di frequente.

  1. Il suo libro ci fa anche viaggiare nel tempo, alla ricerca delle iscrizioni venetiche e delle esigue tracce linguistiche lasciate dalle popolazioni paleovenete, ravvisabili ancora nell’onomastica e nella toponomastica: Jesolo < *Eqvilo, ‘pascolo per i cavalli’ (p. 24).
    Oggi, nell’ambito dei toponimi e dei nuovi referenti portati dalle sempre più veloci acquisizioni della tecnica e dai mutamenti sociali, la « tenuta » del veneto e del ladino dolomitico può rappresentare un terreno d’incubazione in grado di dare nuova linfa vitale alle varietà linguistiche locali mediante la coniazione di neologismi oppure risulta più produttiva l’adozione di prestiti dall’inglese e dall’italiano?

Lo sviluppo delle lingue è legato a dinamiche storiche, economiche demografiche. Tutte le lingue cambiano, si mescolano, “muoiono” nel senso che gli elementi che le costituiscono (le parole, i suoni, le regole della grammatica) si combinano in modi diversi e multiformi. È come l’acqua di un torrente, che poi confluisce in un fiume, poi in un lago, poi in un canale, arriva ad una laguna ed infine sfocia in mare. Le molecole di acqua sono ancora quelle del torrente, ma si sono ricombinate e fuse talmente tante volte che il torrente ad un certo punto non esiste più. Sta succedendo e succederà anche per le varietà venete. Per questo Manlio Cortelazzo, grande padre della dialettologia veneta, aveva creato nei primi anni Ottanta un archivio sonoro di registrazioni che miravano proprio a conservare traccia di queste varietà in via di dissoluzione. Queste cassette, così come il mio piccolo librino, contribuiranno forse a far sopravvivere qualche traccia dei dialetti del ventesimo secolo. Questi però sono oggetti “freddi”, reperti da museo simili alle iscrizioni paleovenete. Bisognerebbe invece imparare a fare attenzione a quei piccoli tratti dialettali (una parola, un modo di dire, una costruzione grammaticale) che – come le molecole dell’acqua – continueranno ogni tanto ad affiorare nella lingua viva, riportando alla luce i frammenti di lingue di cui, inevitabilmente, si saranno perse le tracce.

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