Per il “tetto del mondo”

Come dice il nostro proverbio: «Se cadi nove volte, rialzati nove volte». Ricordate sempre che dietro le nuvole ci attende un sole splendente. Siamo un popolo antico, con una lunga storia di resilienza. Per millenni noi mangiatori di tsampa siamo stati i custodi del vasto altopiano tibetano che chiamiamo «il tetto del mondo». (Sua Santità il Dalai Lama, Una voce per chi non ha voce, Harper Collins, 2025, p. 195

Queste le parole del Dalai Lama per esortare il suo popolo alla speranza, a partire da un proverbio tibetano. Ma il suo memorandum appena uscito lo scorso marzo in Italia è un vero scrigno di perle di saggezza che ripercorrono decenni di storia, per risalire a secoli ancora più indietro, quando i legami tra popoli ora in allerta erano stretti e armoniosi. Nell’altopiano tibetano, a partire dal VII secolo approdano i primi testi buddhisti che saranno tradotti in sanscrito: avvenne durante il regno dell’imperatore Songtsen Gampo, che ebbe in moglie una principessa cinese, Wencheng, dell’impero Tang, nozze leggendarie rievocate dal teatro tibetano. Una scrittura diaristica e a tratti poetica, che non manca di concretezza e di pragmatismo: l’autore ricorda i consigli politici ricevuti da Mao e la propria scelta dell’Approccio della Via di Mezzo, ovvero la decisione di combattere per rivendicare l’autonomia del popolo tibetano, ma in seno alla Repubblica Cinese, senza promuovere cause separatiste. Frequenti sono i rimandi agli snodi politici che l’hanno visto protagonista e ai riferimenti normativi, come il rinvio alla stessa Costituzione cinese, che garantisce che tutte le nazionalità sono libere di usare e sviluppare la propria lingua. Anche sul piano strettamente pragmatico, il Dalai Lama sottolinea come le politiche repressive e assimilazioniste non paghino:

Una cosa è certa: nessun regime totalitario (che sia capeggiato da un individuo o da un partito) può durare per sempre, perché maltratta le stesse persone in nome delle quali proclama di parlare, e anche perché il desiderio di libertà è una forza inarrestabile racchiusa negli esseri umani. (Ibid., p. 17)

Il Dalai Lama ricorda anche le testimonianze di tanti compagni di viaggio, come il monaco Lopon-la che, dopo diciotto anni di carcere, espose la perplessità di aver percepito un pericolo mentre era agli arresti. Il rischio era il pericolo di perdere la compassione verso il popolo cinese. L’appello all’umanità e alla condivisione del sentimento di dignità che ci unisce in quanto persone attraversa in filigrana l’intero libro, fino a estendersi a un accorato appello per la salvaguardia del pianeta stesso. In quest’ottica, la sua ammirazione va anche alla poetessa ed attivista tibetana Tsering Woeser: è la reciproca umanità che ci permette di incontrarci, di trovare delle mediazioni. È in gioco lo stesso fragile ecosistema del “tetto del mondo” (zamling sayi yangthok), che ospita le sorgenti di molti grandi fiumi asiatici, come il Brahmaputra, l’Indo, il Fiume Gialo e altri. La zona è chiamata anche terzo polo in quanto offre un bacino idrografico immenso. La politica di deforestazione sembra avere un impatto sull’aumento delle temperature e sul ciclo dei monsoni. Si tratta anche di uno scrigno di giacimenti minerari, come rame, zinco, ferro, litio e uranio… non a caso il nome cinese del Tibet è Xizang: “tesoro occidentale” (Ivi). Lo sradicamento delle comunità tradizionali da queste alture ha dunque un impatto significativo non solo per il Tibet, ma anche per l’intera umanità, soprattutto se consideriamo che sono stati collocati missili nucleari ad elevate altitudini. Innumerevoli sono le incursioni in campo etico a cui il Dalai Lama si lascia andare, offrendo a tutti illuminanti spunti di riflessione:

se collochiamo un dato problema in un contesto più grande, riusciamo a coglierne la complessità – le cause, gli effetti, le interconnessioni – e questo ci permette di scegliere una linea di condotta più adeguata alla realtà e con maggiori probabilità di successo. […] Abbracciare una prospettiva più ampia ci aiuta anche a vedere le occasioni che potrebbero sorgere da una determinata avversità. Come dico spesso, diventare apolide mi ha avvicinato alla realtà. Quando sei un profugo, non c’è più spazio per le formalità e le finzioni. (Ibid., p. 141).

Molti profughi tibetani, monaci compresi, trovarono un loro posto nel progetto della costruzione di strade ad alta quota soprattutto in India. Tra le tappe fondamentali del cammino per l’autodeterminazione del suo popolo, il Dalai Lama ricorda il 1960, anno in cui gli Stati Uniti iniziano ad appoggiare la causa tibetana; la costituzione tibetana del 1963, che dotava il Paese di una magistratura indipendente, di un’assemblea nazionale eletta e vietava ogni discriminazione in base a sesso, razza, lingua, religione, origine sociale, reddito, nascita; la conoscenza di Deng Xiaoping; il premio Nobel per la Pace nel 1989; la rinuncia a ogni potere temporale nel 2011, per favorire un pieno processo di democratizzazione. Si rifà anche agli insegnamenti del buddhismo mahayana, una pratica che accomuna tibetani e cinesi. In particolare, ammonisce a concepire l’avversario come un maestro spirituale:

gli amici possono aiutarci in tanti modi, ma sono gli avversari a sfidarci, spingendoci a sviluppare le virtù essenziali per coltivare la pace interiore e raggiungere la vera felicità. (Ibid., p. 130).

Per continuare il cammino, che è quello del suo popolo, ma è anche quello di ognuno di noi, ci consegna un proverbio tibetano:

I passi devono contribuire al viaggio. (Ibid., p. 163).

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