Dalla Val di Zoldo a Venezia: il sentiero in memoria di Sebastiano Vassalli si apre alla laguna con una nuova tappa il 15 maggio

La locandina dell’evento in Val di Zoldo, disegnata da Chiara Garbellotto

Il percorso naturalistico e culturale inaugurato a Val di Zoldo lo scorso 26 luglio, per celebrare i 10 anni dalla scomparsa di Sebastiano Vassalli (cittadino onorario di Zoldo per aver plasmato il personaggio di Mattio Lovat sulla base delle notizie biografiche raccolte intorno allo scarper nato a Casal di Zoldo il 12 settembre 1761 e morto a Venezia l’8 aprile 1806) si arricchisce di un nuovo tassello, che marca il confine tra terraferma e mare e tra il mondo di fuori e il microcosmo destinato alla reclusione dei folli. Il ciabattino protagonista del romanzo storico Marco e Mattio (1992), che voleva salvare il mondo immolandosi su una croce emulando la passione di Cristo, finì i suoi giorni nell’isola di San Servolo. Studiato come uno dei primi casi di disturbo psichico, si rivelò ascrivibile al morbo della pellagra, chiamato anche “male della miseria”.

Vista verso il mare dall’isola: A varđà fuora da San Servolo

L’alimentazione povera di Mattio, pressoché basata esclusivamente sulla polenta di granturco, doveva mietere ancora molte vittime nelle pianure e nelle vallate dell’Italia settentrionale. Proprio queste carenze nutritive, provocando la distruzione del sistema nervoso, hanno portato il giovane a sperimentare accessi di follia sempre più deliranti, fino a progettare nei minimi dettagli – con i chiodi forgiati dalle fusine di Zoldo e con una corona di spine ricavata dai rovi della valle – il sacrificio estremo, che immaginava, dovendosi crocifiggere da solo, su una croce sospesa nel vuoto, «sopra le teste dei passanti, un po’ inclinato in avanti: incombente sul mondo, come quel Cristo che di tanto in tanto gli appariva in sogno e che doveva diventare, dopo più di un secolo, il Cristo di San Giovanni della Croce del pittore surrealista spagnolo Salvador Dalì…»1.

La posa dell’ultima stele dell’itinerario, la n. 13, avverrà all’interno di una giornata che vedrà la partecipazione della moglie dello scrittore, Paola Todeschino Vassalli (rimandiamo al nostro articolo precedente, incentrato sull’inaugurazione del percorso in Val di Zoldo, per le sue parole penetranti e toccanti da noi raccolte in un’intervista), del sindaco di Val di Zoldo Camillo De Pellegrin, del dottor Angelo Santin, ideatore del progetto tradottosi in un percorso progettato dall’architetto Maria Garbellotto (poi realizzato dal comune di Val di Zoldo), del direttore di San Servolo, Fulvio Landillo, della professoressa Cristina Nesi, italianista che approfondirà il tema della follia (con il suo contributo “Follia o disordine fecondo in alcuni personaggi di Sebastiano Vassalli?”, verso le 16.30), e della dottoressa Fiora Gaspari, che, nella mattinata, guiderà gli interessati nella visita al complesso del Museo della Follia e all’archivio. Proprio in quest’archivio sono contenuti, infatti, i certificati di ricovero e di morte di Mattio. Il “Museo del Manicomio di San Servolo – La follia reclusa” è stato inaugurato nel maggio 2006 e documenta gli aspetti di emarginazione che caratterizzavano luoghi come questo ospedale psichiatrico, attivo nell’isola, prima sede di monasteri benedettini e poi lazzaretto, dall’inizio del Settecento fino al 1978. La documentazione d’archivio si affianca a fotografie della vita quotidiana dei degenti, strumenti per elettroshock, docce per l’idroterapia, oggetti realizzati dai malati, gli scaffali in noce dell’antica farmacia settecentesca e un pianoforte che segna gli albori della musicoterapia. La dimensione dell’alimentazione, sottesa al nome del museo “la follia reclusa”, è ben evocata dal passo del romanzo che sarà impresso nell’ultima stele, da collocare nel giardino di San Servolo a fianco del monumento alla follia, realizzato dall’architetto e scultore veneziano Gianni Aricò e ispirato al mito di Niobe:

il prato in cui verrà collocata la nuova stele, accanto al monumento alla follia: Sun sto pra inte la isola de San Servolo I metarà la stele nuova; a man đreta al monumento par i mat. 

«S’attenuarono, invece, intorno a lui, gli stimoli del mondo reale: e quando finalmente cessarono del tutto Mattio non ebbe più niente che lo tenesse vincolato a San Servolo, e a quell’epoca in cui gli era toccato in sorte di vivere. Restò a fluttuare fuori del tempo, ascoltando voci lontane, che gli raccontavano le infinite storie degli uomini passati e quelle altrettanto infinite degli uomini che ancora dovevano nascere…»2

Si tratta di quei ripiegamenti interiori che il grande psichiatra Eugenio Borgna definiva con un aggettivo tanto appropriato quanto suggestivo: “umbratili”. La mente di Mattio appare offuscata, fluttua in uno spazio altro, come il corpo etereo della folle Ofelia nel componimento di Rimbaud:

Sull’onda calma e scura in cui dormono le stelle

La bianca Ofelia fluttua come un grande giglio,

E fluttua lentamente, distesa in lunghi veli… […]

Da più di mille anni la sua dolce follia

Sussurra una romanza nell’aria della sera3

A illuminare il male oscuro che avviluppava la psiche di Mattio restano, fino alla fine, proprio le stelle. Le stelle riflesse sulle acque della laguna gli ricordano le stelle del cielo di Zoldo:


«Durante il giorno, andava attorno come gli altri ricoverati, senza fare niente che desse luogo a particolari rilievi; di notte dormiva oppure metteva il viso tra le sbarre della sua finestrella, e restava fisso per ore a guardare il cielo. C’era luna nuova, in quelle prime notti che Mattio trascorse a San Servolo, e nel buio della laguna anche Venezia – che ai tempi della Serenissima era stata scintillante di luci e di riflessi – era quasi buia; ma le sue stelle, finché l’aria si mantenne limpida, erano poco meno fitte e luminose delle stelle di Zoldo, e raddoppiavano di numero specchiandosi nell’acqua. Un brulichio infinito, in cui il pensiero del ciabattino si smarriva ogni notte… »4


Il paesaggio è centrale nel romanzo e assurge a co-protagonista nelle divagazioni di Mattio.

Fotografia di Caterina Santin: Il sorgere della luna tra le rocce del Bosconero: La luna che nas daré I Bosnegre

Prima di un altro accesso di follia, quando era ancora in val di Zoldo:

 «In camera, spalancò la finestra: la Moiazza aveva il “cappello”, segno che il tempo si stava guastando e che forse da lì a poco ci sarebbe stato un temporale, ma gli Spiz di Mezzodì si stagliavano nel cielo blu come la punta un po’ scheggiata d’un’arma preistorica»5


La dedica del libro “Ai matti” introduce a un’opera di denuncia, volta a sensibilizzare sulle condizioni di contenimento estreme in cui versavano i malati di mente reclusi. Ma la follia umana esplorata da Vassalli è anche quella dell’inquisizione nel suo capolavoro La chimera (Premio Strega 1990): «Anche la nostra Antonia, sulle prime, restò davanti all’inquisitore come il coniglio davanti al serpente»6. L’autore lancia quindi un monito all’affinamento di una capacità critica in grado di promuovere un effettivo progresso, anche in ambito morale: questo appello viene rilanciato dal completamento del percorso, che richiama l’attenzione sulla fragilità e sulla complessità di persone afflitte da traumi o altre psicosi, condizioni che in Italia restano ancor oggi un tabù e sono percepite come uno stigma. In realtà, più volte il dottor Eugenio Borgna ha messo in luce come dal labirinto della follia possa dischiudersi il germe di un’ispirazione intensa ma positiva, in grado di offrire ancora un sollievo o una parentesi di lucidità creativa al malato affetto da nevrosi. L’intera produzione della poetessa Alda Merini è, al riguardo, emblematica. Lo stesso Rimbaud nella lettera a Izambard del 13 maggio 1871, confida che, in quanto poeta, per diventare “Veggente”, auspica lo “sfasamento di tutti i sensi”7 come viatico per raggiungere l’ignoto. La sensibilità o l’ipersensibilità dell’artista lo rende particolarmente ricettivo, oltre che vulnerabile, e, d’altra parte, la liberazione creativa offre all’artista un modo per dar voce anche ai suoi incubi in modo da esorcizzarli, da oggettivarli.

Facciamo quindi seguire, ringraziando l’ideatore del progetto, il dottor Angelo Santin, le sue parole nel dialetto ladino-veneto locale per annunciare ai suoi concittadini la giornata del 15 maggio a Venezia:  

Bondì a duti. Al 15 de mai sión invidai duti a đì a San Servolo,  x inaugurá an autra stele del “Percorso paesaggistico-letterario” ,(dapó chele che st’istà al comun l a metù in Zoldo), x se degorđà de la storia e del libre del Marco e Mattio e x i fa onor al Vassalli. 

San Servolo l era an manicomio e, se ve pensé, al Mattio, dapó che l aéa proà a sé copà, i l à serà dainte propio igliò. Adês San Servolo I é an luoch de đéent studiada e i fâs cotante robe inportanti de “cultura”, ma inte l archivio se puol vede ancora al certificato de “ricovero” del pure Matio e anca al certificato de incant che l é mort. E i tegn ancora dut rencurà. 

Sion daré a mete su na coriera x đì đù de n bon doi inchel di. Par se amendà se paga intânt 60 € (coriera da đal Fóor fin a Venezia/Tronchetto, dal Tronchetto fin a San Servolo col “vaporetto” e da magnà da međodì a San Servolo) e po sarà da đontà autre 20 o forsi 30 a la fa granda.

Che cura su l é: la Luisa maestra (Serafin), la Laura de la Biblioteca dal Foor, la Proloco da Pecol, mi ( Angelo Santin).

Se pea ia đal Fóor a le 7.30, se luga a San Servolo intor le 11, i ne mena a vede al museo del manicomio e i certificati) del Matio. A medodi e mêz se magna, da le 2 a le 4 sarà doi ore libere (x vede ancora valch de San Servolo o, x chi che vol, vede an autra isola igliò daesin. A le 4 e međa descor la professoressa Cristina Nesi, che l a  studià an grum Vassalli (no solche Marco e Mattio) e la é stada ancora a descore de Vassalli in Zoldo: st’istà pasà  ma anca autre ote, se va a inaugurà la stele: e propio daesin dal monumento a chi mat: co sa femena de Vassalli, al diretor de San Servolo, al sindaco de Zoldo, ezetera. A le 6 da la sera doarae ese dut ruà e se torna indaota. N é belche an bon doi de amendai. 

Me par che par Zoldo l é na bela ocasion. Gramazè a duti.


  1. Sebastiano Vassalli, Marco e Mattio, Milano, BUR, 2015, p. 331. ↩︎
  2. Ibid., p. 360. ↩︎
  3. Arthur Rimbaud, Opere, a cura di Olivier Bivort, Traduz. di Ornella Tajani, Venezia, Marsilio, 2019, p. 137. ↩︎
  4. Sebastiano Vassalli, Marco e Mattio, cit., p. 356. ↩︎
  5. Ibid., p. 316. ↩︎
  6. Id., La chimera, Torino, Einaudi, 1990, p. 207. ↩︎
  7. Arthur Rimbaud, op. cit., p. 553. ↩︎

Silvia Ferrari

2 commenti su “Dalla Val di Zoldo a Venezia: il sentiero in memoria di Sebastiano Vassalli si apre alla laguna con una nuova tappa il 15 maggio”

  1. Come sempre il contenuto di valore unito a capacità di analisi e alla padronanza di un linguaggio sciolto e forbito, rendono ogni articolo una scoperta fascinosa e soddisfacente!
    Grazie sempre

  2. Klara Dorfmann

    Bellissimo romanzo, e bellissimo il Percorso Letterario Paesaggistico di Marco e Mattio
    in Val di Zoldo ,parco Dolomiti Bellunesi e sito UNESCO, poi Venezia la bellissima isola San Servolo, un viaggio letterario culturale nei più bei posti del Veneto e del Mondo, ci fa sicuramente spegnere i telefonini, che ci fanno uscire matti, più di Mattio del romanzo di Vassalli!!!!!

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