Comprendere l’importanza delle stelle in Marco e Mattio è aprire il libro come se fosse una finestra sul mondo, sulla natura e sui sentimenti, naturalmente anche su ingiustizie e passioni. (Roberto Cicala)

Le costellazioni ruotano sulla volta del cielo di Zoldo… le stelle si confondono e si moltiplicano nelle acque di Venezia : un romanzo ambientato tra la terraferma – che inquadra la ruvida esistenza di montanari vittime della storia collettiva, nel Settecento, quando il leone di San Marco cede il passo a Napoleone che infine consegna il Veneto agli austriaci – e la Serenissima, dove sembra schiudersi un altro mondo possibile e da dove un fratello del protagonista partirà per il Nuovo Mondo come missionario.

La narrazione segue i passi di Mattio Lovat, «scarpèr», figlio di «scarpèr» e affetto da pellagra, tra slanci di misticismo, aspirazioni a una società migliore, redenta, e pulsioni venate di colpevolizzazione. Il romanzo storico fa rivivere quegli umili dimenticati dalla Storia e vilipesi da chi avrebbe dovuto garantirne la giustizia. Così accade a Mattio, depredato dai soldati austriaci di tutti i suoi averi nel suo viaggio fluviale di ritorno da Venezia. Fragilità, senso del dovere, spirito di sacrificio e anelito al «de-siderare», etimologicamente saldato alle stelle brucianti in questa sorta di Bildungsroman che attinge alle cronache locali e alle parlate venete.

Dal cammino esistenziale dell’integerrimo Mattio è nato un percorso in dieci tappe che ricuce, con i passi più significativi del romanzo (impressi su lastre di vetro che si stagliano sulle Dolomiti della Val di Zoldo), seguendo gli spostamenti del giovane, tra Forno di Zoldo e le frazioni di Pieve e Casal, fino al colle Astragal, in un itinerario letterario e paesaggistico ad anello, della durata di circa due ore.

Il sentiero è stato inaugurato sabato 26 luglio, grazie anche all’iniziativa dell’insigne linguista e critico letterario Roberto Cicala, già tra i curatori dell’esposizione Il romanzo di una valle. Il caso editoriale di Marco e Mattio di Vassalli tra le Dolomiti di Zoldo e Venezia nel 2019. Fu quella l’occasione per piantare il primo seme del percorso oggi completato. Sin dalla presentazione del romanzo, ad opera dell’autore all’hotel Corinna di Zoldo il 12 novembre 1992, il successo di pubblico fu eclatante, soprattutto nella valle, tanto che si deve al medico zoldano Angelo Santin l’idea, prima, di conferire la cittadinanza onoraria di Forno e Zoldo Alto a Vassalli, poi, di creare questo sentiero, a 10 anni dalla scomparsa dello scrittore, avvenuta il 26 luglio 2015.

Un cammino che si dipana rievocando la vicenda di Mattio, leggendo stele che si stagliano, appunto, sullo sfondo delle vette che richiamano:
Guardò i monti. In quella notte serena, e senza luna, si stagliavano i massicci contro il cielo zeppo di stelle: le stelle di Zoldo! Nessun luogo al mondo – pensò don Giacomo – aveva stelle così numerose e grandi come quelle che brillavano, d’inverno, sulle Rocchette della Serra sulle cime di San Sebastiano.1

Questa citazione appare nella stele 8 del sentiero, a Casal, in via M. Punta, come ricorda l’ideatore del percorso, il dottor Angelo Santin, che così ci riferisce:
È difficile per me porre l’attenzione su aspetti circoscritti del romanzo: per esempio del paesaggio, o dei monti, delle atmosfere, che pure Vassalli ha raffigurato in maniera potente, indimenticabile. Perché, a mio parere, Vassalli ha dimostrato, prima di tutto, di saper cogliere e interpretare lo spirito (si può dire: l’anima?) della Valle di Zoldo. E questo abbiamo cercato di renderlo evidente, e immediatamente fruibile, condividendolo con quanti più possibile lettori-visitatori del Percorso, proprio nella scelta delle citazioni riportate sulle stele.2

Lungo il cammino, alcuni tabià, i caratteristici fienili in legno, sembrano trionfanti sentinelle di un passato che vibra ancora nella luminosità del cielo zoldano, come si legge in un’altra stele:
Attorno a loro splendeva l’autunno: era uno di quei giorni dorati della valle di Zoldo in cui ogni singolo elemento del paesaggio, il Bosconero, gli Spiz di Mezzodì, le nuvole bianche nel blu del cielo, tutto sembra risplendere di luce propria, e anche gli alberi, i tabià, perfino i ciottoli nelle strade diventano luminosi.3

Ma la «formazione» del coraggioso e donchisciottesco Mattio diventa un viaggio nei meandri della psiche e della Storia, quella vera, quella vissuta. Così il cammino sui passi di Mattio assurge a metafora esistenziale e ci ricorda che, come osserva lo scrittore francese Jean-Louis Chrétien, il percorso è ciò che noi diventiamo lungo il percorso. D’altra parte, secondo uno dei passi più citati del libro, «Come la mitica Campigno presso Marradi, cantata dal maggior poeta italiano del Novecento, Dino Campana, anche Zoldo non è né un paese né una valle che prende il nome dal suo fiume ma è – o, per meglio dire, era – una dimensione dello spirito»4.
Come osserva Angelo Santin, si tratta della frase impressa nella “stele capostipite”, che si trova nella frazione di Pieve, accanto alla chiesa di san Floriano e che era stata inaugurata dallo scrittore dieci anni fa. Dalle pagine emerge l’ammirazione per le maestose «quinte» dolomitiche, patrimonio dell’Umanità, e la vitalità dei sentieri che si snodano lungo il torrente Maè, sullo sfondo del monte Pelmo, che si erge maestoso e madreperlaceo come un castello incantato da un sortilegio. Come osserva Giovanni Tesio nell’autobiografia di Vassalli, redatta in forma di intervista nel 2010 (e riedita, sempre da Interlinea, nel 2022), «Nessuno, infatti, potrà negare a Sebastiano Vassalli la coerenza di una visione del mondo che non fa sconti»5.

Anche il soffio del folclore spira di pagina in pagina nei miti dell’ «on selvarech», della «smara» («un folletto di sesso femminile molto comune nel Veneto settentrionale e tra le Dolomiti, che va attorno al buio a fare dispetti»6) e nei proverbi:
Dice un proverbio di queste valli – uno tra i più futili – che né caldo né gelo, no resta mai in celo; e così accadde quella volta, che alla fine il tempo cambiò. Martedì 16 gennaio 1776, giorno di san Tiziano vescovo di Oderzo, il più bel sole del mondo e il cielo azzurro risplendevano sopra i monti di Zoldo carichi di neve come non se n’erano mai visti prima d’allora; il Castelin, il Bosconero, le Rocchette della Serra, gli Spiz di Mezzodì, le Cime di San Sebastiano e la Moiazza erano un anfiteatro di ghiaccio così abbagliante e così immenso che gli occhi non ne reggevano la vista7

Il cammino è anche un viaggio nel tempo, che non dimentica le ammoniti, tracce di un’era geologica in cui la zona era coperta dal mare, né la cicatrice lasciata nel paesaggio, non lontano, dalla frana del Vajont del 9 ottobre 1963, fino a celebrare le testimoni immemori di ogni tempo, le Dolomiti:

Ci sono ancora le montagne, bellissime in ogni momento del giorno, ma soprattutto quando il primo o l’ultimo raggio di sole le fa risplendere di quella luce misteriosa che solo qui, tra le Dolomiti, è dato vedere. Una luce che sembra nascere all’interno stesso della roccia; una luce lontana, che comunica a chi la guarda dalla valle una sensazione di grande serenità, ma gli dà anche l’esatta percezione dell’indifferenza della natura alle vicende degli uomini. (Io vengo dalla profondità della materia e del tempo – gli dice quella luce – e la tua esistenza mi è estranea).8

Sull’impassibilità ieratica delle Dolomiti regna anche un’altra essenza immortale, quella che sa immortalare le cose:
Gli edifici crollano e vengono ricostruiti, le città muoiono, le montagne sprofondano: solamente la parola, di tanto in tanto, riesce a darci un’illusione di immortalità che contrasta con tutto ciò che vediamo e conosciamo, e con la nostra stessa ragione.9
E si deve alla parola di Sebastiano Vassalli (Premio Strega 1990 per La Chimera e Premio Campiello alla carriera 2015) l’aver immortalato la vita della Val di Zoldo, come si ricava da queste impressioni dell’ideatore del percorso, Angelo Santin:
per me Vassalli ha saputo penetrare l’essenza stessa della Valle di Zoldo e di chi in Zoldo vive, descrivendone con poche pennellate tratti significativi: certo, da sempre presenti, ma che non sempre e non tutti sanno afferrare; e soprattutto rappresentare, ed esaltare, come ha saputo fare lui.10
E sulla parola in grado di agire come riscatto degli umili e sulla tenacia stessa di Vassalli, acuto indagatore dei luoghi teatro-protagonisti dei suoi romanzi, abbiamo l’onore di riportare di seguito la nostra intervista alla moglie, Paola Todeschino Vassalli.

Paola Todeschino Vassalli alla maratona di lettura in Val di Zoldo nel 2022
La ricostruzione della vita di Mattio e la rievocazione dei luoghi rappresenta anche una sorta di riscatto degli umili nei confronti dell’asettica storia ufficiale dei grandi uomini?
Se pensiamo a personaggi come Dino Campana, nella Notte della cometa, ad Antonia, protagonista della Chimera, o a Mattio Lovat, non possiamo fare a meno di capire che Vassalli ha voluto dare voce ai deboli e agli ultimi, contro i potenti o i prepotenti delle varie epoche. Nel caso del romanzo Marco e Mattio, con la minuziosa descrizione dei luoghi, dei personaggi, vittime della miseria in un’Italia a cavallo fra fine Settecento e inizio Ottocento, l’autore ha portato in primo piano la storia di un folle e di un perdente.
In quali modi l’ambiente e il paesaggio della Val di Zoldo hanno ispirato l’autore?
Forse dobbiamo cambiare punto di vista e partire dalla figura del calzolaio Mattio. Vassalli lesse, casualmente, il resoconto medico di Cesare Ruggeri pubblicato nel 1814 dal titolo: Storia della crocifissione di Mattio Lovat da se stesso eseguita. L’interesse per la vicenda fu immediato, ma si trattava di ambientarla e, con un po’ di difficoltà, riuscì a risalire dal termine “Soldo”, presente nella relazione medica, a “Zoldo”, intuendo il suono della parlata veneta. Così, come avveniva per ogni romanzo, Vassalli iniziò la sua ricerca sui luoghi di quella incredibile storia. Per Sebastiano Vassalli il paesaggio è sempre uno dei tanti personaggi delle sue storie. E la natura è un insieme di presenze vive, “è un luogo magico in cui bisogna entrare in punta di piedi anche quando nulla, apparentemente, ci minaccia …”. La sua prospettiva, come in Omero, è quella di descrivere il paesaggio come un organismo vivente, di farlo entrare di diritto nella letteratura. È un modo per salvarlo, prima che sia troppo tardi. È un modo per stabilire un rapporto fra gli uomini e la natura, fra le loro storie e i luoghi in cui esse sono collocate.
A Suo parere la centralità del caso psichico di Mattio nel romanzo contribuisce, oggi, a una nuova attualità del libro e a fornire nuove piste di lettura, anche nella direzione di una considerazione della dignità di chi è colpito da un disagio psichico?
Il fatto che il romanzo sia dedicato “Ai matti” è una dichiarazione di attenzione alla dignità delle persone emarginate dalla società. Sicuramente il caso di Mattio è sempre attuale. Non sono immaginabili le condizioni in cui vivevano gli alienati nel manicomio dell’isola di San Servolo a Venezia, così come quelle di tutte le persone segregate negli istituti, prima della legge Basaglia. Se oggi le cose sono cambiate (non completamente), è comunque assai necessario educare continuamente alla sensibilità nei confronti del “diverso”, del debole, di chi non ha voce. Penso alla condizione di chi soffre di disagio psichico, di declino cognitivo, di demenza e alla assoluta necessità di perseverare nella formazione e nell’aiuto di chi gli opera accanto per esaltare il valore terapeutico della relazione.
A quale scritto di Suo marito è più legata e perché?
Non è facile dare una risposta. Ogni opera ha un motivo per essere citata. Sicuramente Marco e Mattio mi ha fin da subito reso consapevole della “densità” e della profondità del romanzo che ormai ha invaso la mia vita con tutti i riconoscimenti che negli anni gli sono stati tributati dalla Comunità di Val di Zoldo. Un privilegiato posto nel cuore lo occupa l’ultimo romanzo postumo Io, Partenope. Un ritorno al Seicento, anche in questo caso la protagonista, Giulia di Marco, è vittima di una storia ufficiale che i potenti le hanno attribuito, mentre la storia vera, raccontata dall’autore, la vuole salvare. Di questa opera conservo il ricordo della fatica e della determinazione profuse per portarlo a termine, nonostante tutto.
A Suo parere la simbiosi tra letteratura e ambiente può rappresentare una sorta di circolo virtuoso in grado di consacrare, vicendevolmente, pagine d’autore e territori in grado di evocare meraviglia e senso della tradizione?
Ne sono profondamente convinta. Penso al valore dei Parchi Letterari11.

Antonia Arslan alla maratona di lettura in Val di Zoldo nel 2022.
Per ulteriori info sulla Val di Zoldo e sui suoi itinerari, rinviamo ai link: www.valdizoldo.net e https://www.loscarpone.cai.it/dettaglio/itinerari-d-autore-tra-le-crode-e-i-boschi-della-val-di-zoldo/.
Silvia Ferrari
- Sebastiano Vassalli, Marco e Mattio, Milano, BUR, 2015, pp. 45-46. ↩︎
- Nostra intervista. ↩︎
- Sebastiano Vassalli, Marco e Mattio, cit., p. 256. ↩︎
- Sebastiano Vassalli, Marco e Mattio, cit., p. 88. ↩︎
- Sebastiano Vassalli, con Giovanni Tesio, Un Nulla pieno di storia. Ricordi e considerazioni di un viaggiatore nel tempo, Novara, Interlinea, 2010, p. 121. ↩︎
- Sebastiano Vassalli, Marco e Mattio, cit., p. 76. ↩︎
- Sebastiano Vassalli, Marco e Mattio, cit., pp. 57-58. ↩︎
- Sebastiano Vassalli, Marco e Mattio, cit., p. 86. ↩︎
- Sebastiano Vassalli, Marco e Mattio, cit., p. 336. ↩︎
- Nostra intervista. ↩︎
- Nostra intervista. ↩︎

Un percorso meraviglioso tra una corona di montagne e una panorama mozzafiato, che Vassalli ha arricchito di letteratura con la storia di Marco e Mattio, che sono riassunti sulle stele lungo il percorso, e che così mi ha fatto sentire l’ anima sfiorare la natura la letteratura, che mi ha dato forza e speranza di credere in un mondo migliore.
I più vivi complimenti per questo lavoro di squadra di cui andare fieri; in primis al dott. Angelo Santin. Questo percorso tocca, effettivamente, quella che era l’area originaria del castrum Zaudi, cioè il cuor cuore di Zoldo, inteso come primario spazio abitato, da Fornesighe ad Astragal, passando per il maso di Levazono (il costone da Pra e Dozza a Casal e Col de Stragà o, come pure si diceva, Stregà).
È un’idea molto interessante, piena di passione e intelletto, immersa in una splendida location, dove gli spiriti delle Dolomiti leniscono le nostre emozioni.