Abbiamo intervistato Svetlin Vassilev, ospite d’onore della 41a edizione della Mostra Internazionale d’Illustrazione per l’infanzia di Sarmede. L’artista, che ha al suo attivo oltre cinquanta titoli tradotti in varie lingue, ha illustrato anche testi di Ray Bradbury, William Shakespeare, Charles Dickens. Definito un vero “pittore letterario” per le sue creazioni artistiche ispirate a Romeo e Giulietta e ai miti greci, vive in Grecia dal 1997, dove ha vinto il Premio Onorario di Stato per l’Illustrazione con il Don Chisciotte. All’evento di Sarmede è stato presentato il libro Il piccolo musicista, che celebra il tema del talento: il “grande musicista” deve superare il divieto — impostogli dal padre quand’era bambino —, di suonare la fisarmonica, disprezzata come strumento troppo umile. Proprio l’incontro con un piccolo musicista di strada segna il ritorno dell’ispirazione e della gioia nella vita del maestro:

Il piccolo musicista guarda con occhi seri i passanti.
Le sue dita volano sulle tastiere della fisarmonica. I suoi occhi viaggiano lontano: raggiungono la lunga strada che ha percorso per arrivare in quella città e il suo maestro di musica che è rimasto indietro e forse non esiste più.
(Alexandra Mitsiali e Svetlin Vassilev, “Il piccolo musicista”, traduzione di Antonia Spanopoulou, Kite edizioni, Padova, 2023, p. 10)
Il fil rouge dell’edizione appena conclusa, curata da Gabriel Pacheko, è proprio il concetto di orizzonte / confine, ben presente nella biografia di Štěpán Zavřel, fondatore della Mostra Internazionale d’Illustrazione per l’Infanzia nel 1983: la metafora del superamento del confine è stata reinterpretata e trasfigurata nelle opere di vari artisti in mostra: dalla prospettiva storica a quella ambientalista, fino ad esplorare la capacità dell’immaginazione come fonte inesauribile di creazione di nuovi mondi, e quindi di “confini” che si aprono su nuove possibilità.
Il libro è anche un tributo a Charlie Chaplin e a Buster Keaton, le cui silhouette si indovinano in alcuni contorni dei personaggi e nelle suggestive ambientazioni.
La storia del Piccolo musicista ci insegna che la trasmissione di insegnamenti ed esperienze tra generazioni diverse è fondamentale: da alcuni anni stiamo assistendo alla perdita di questo collegamento?
Nascosto nel mio studio con così pochi contatti con il mondo esterno, non sono certo un esperto dell’argomento. Tuttavia, mi permetto di esprimere alcune riflessioni.
L’unico argomento su cui sento di poter dire qualcosa di interessante è l’insegnamento e l’apprendimento delle arti, in particolare delle belle arti. Le parole che usiamo nel senso di “trasmettere conoscenze” sembrano le stesse in vari campi, ma non è così. L’insegnamento della matematica, della chimica o anche delle lingue segue una certa costanza e stabilità. Da secoli ormai, due più due fa quattro e sembra che sarà così per sempre. Di tanto in tanto sono state apportate alcune misure correttive nella scienza o nell’uso del linguaggio, ma più o meno ci sono basi stabili. Nelle belle arti, invece, si passa ad esempio da maestri assolutamente preparati, come il neoclassico francese Ingres, a dilettanti assolutamente non istruiti come Rousseau, nello stesso Paese e solo a distanza di pochi decenni. Si può facilmente intuire che tutto ciò che sta nel mezzo è ascrivibile a concetti come “opinione”, “movimento” o “affermazione dell’artista”. Quindi, l’insegnamento dell’arte è piuttosto complicato, soprattutto ai livelli più alti. C’è bisogno, da un lato, di un insegnante esperto, che faccia attenzione a cosa e a chi viene chiamato in causa, che abbia pazienza e comprensione, dall’altro lato, di uno studente fiducioso e determinato. Quando si parla di artisti — in altre parole di persone ipersensibili e molto spesso egocentriche — la mancanza di queste esperienze di insegnamento e di passaggio è abbastanza plausibile. Credo che questo sia un processo naturale, eccetto forse quando un movimento è al suo apice. Per fortuna, pensieri e affermazioni artistiche si rivelano nell’esposizione, nelle opere degli artisti, così, quando un altro artista di un’altra generazione ha qualcosa in più da “dire”, è libero di continuare il dialogo.

Trovo coinvolgente anche un altro aspetto della storia del “Piccolo musicista”. Sarà forse perché sono vicino a questa età: perdere il contatto con le radici, con l’inizio, con il significato di “tutto questo” è una questione piuttosto cruciale per me. Nel corso degli anni è diventato molto comune, in questo mondo ossessionato dal “successo” e spaventato dal “fallimento”, che gli artisti diventino troppo analitici, con l’obiettivo di creare un’opera perfetta e “inconfutabile”. Le creazioni artistiche basate sulla logica, sul pensiero profondo, spesso perdono questa sensazione di magia che separa l’arte dal resto.
Un’altra cosa. Viviamo in un mondo in cui troppe cose accadono troppo velocemente (nella tecnologia, intendo) e quindi noi genitori viviamo ed esploriamo la vita insieme ai nostri figli, in alcune occasioni anche dopo di loro. Quindi, “chi insegna a chi” è una questione piuttosto discutibile al giorno d’oggi.
L’ispirazione a Klimt ti porta alla cura del dettaglio? Se sì, questo ha un intento esclusivamente estetico?
L’influenza di Klimt e Schiele su di me è stata molto più forte nelle prime fasi della mia formazione artistica. La parte più significativa l’hanno avuta all’epoca, quando era il momento di decidere se “il colore” o “il disegno” dovesse assumere il ruolo principale nel mio lavoro. Come forse saprete, a un certo punto ogni artista si trova di fronte a questo problema artistico (non importa se si tratta di arte formale, non formale o astratta) e deve decidere quale sia più importante e andare avanti. Quindi, mi hanno “aiutato” a prendere la mia decisione. La cura dei dettagli non è una cosa che cerco o a cui presto molta attenzione. Il livello di dettaglio viene naturale quando si cerca una certa espressività in un progetto o in un lavoro. Per esempio, in “Edipo Re” e “Antigone”, le illustrazioni sono piuttosto semplici e meno dettagliate, perché secondo la mia sensibilità una tragedia greca ha bisogno di un approccio più “laconico” e diretto. Ho quindi utilizzato superfici più piatte, quasi monocromatiche, e sfondi semplificati. “Romeo e Giulietta”, invece, l’ho realizzato in modo riccamente decorato. Mi è sembrato più adatto e più vicino al testo. Tuttavia, spero che le persone vedano prima la parte umana, percepiscano l’emozione, prima di considerare quanto siano dettagliati gli abiti o l’ambiente. Quindi, per rispondere alla domanda, uso gli elementi decorativi solo quando mi aiutano ad arricchire l’espressione e l’impatto sullo spettatore.

Che cosa consiglieresti a qualcuno che volesse lavorare nell’ambito dell’illustrazione? La scuola può fare molto?
Il mio consiglio è sempre lo stesso: “Ama e desidera qualsiasi cosa tu stia facendo”. Quando si desidera veramente qualcosa, si trova la strada. La scuola può fare molto e sta facendo molto. Se il lavoro della scuola è ben fatto, il mondo diventerà un posto migliore.
Alcuni elementi del folklore locale, come il folletto Mazarol e la sirena dolomitica Anguana sono ancora presenti nei murales e nei romanzi di oggi: possono essere rivisitati dal mondo dell’illustrazione? Che cosa ne pensi, Svetlin?
Certo! Molto spesso gli illustratori in cerca d’ispirazione scovano e utilizzano queste gemme preziose. In altre parole, fanno “rivivere” questi personaggi: li riportano in vita arricchendoli di un aspetto nuovo o di una prospettiva ulteriore. Tutto, però, deve partire da qualcosa di scritto, perché di solito l’illustrazione segue un testo.
