Les feuilles tombées du tilleul se recroquevillent comme un cœur se resserre autour du souvenir de ce qu’il a perdu 1
(Christian Bobin, Ressusciter, Paris, Gallimard, 2001, p. 28)

La ricerca del nuovo in montagna passa necessariamente per la rivalutazione del bosco e del legno. Ad indicare la via sono anche i toponimi tradizionali: è il caso dei masi della Val d’Ultimo, preservati da tre larici secolari, come attesta il nome Auẞerlahn, dove Lahn, nel dialetto locale, significa “valanga”2 . Nel suo Manifesto per La Montagna che vogliamo (2025), Marco Albino Ferrari sottolinea come la vera direzione da prendere per mettere le montagne al centro dell’innovazione sociale e tecnologica odierna non sia una considerazione nostalgica di territori da consegnare al libero corso della Natura, bensì una rinnovata sinergia uomo-paesaggio. Indica la via con il quadro di Klimt Il faggeto, che rappresenta proprio un bosco curato dalla mano dell’uomo3:

Eppure, in Italia non riusciamo a mettere in atto politiche integrate di lungo respiro che portino innovazione alla filiera del legno, come si fa in Austria, in Svizzera, o anche […] nel Trentino-Alto Adige. Perché importiamo l’80% del fabbisogno di legno? Perché non curiamo i nostri boschi? Perché ammainiamo la vela della nostra barca che avrebbe il vento in poppa?4
Un bosco abbandonato a se stesso è un bosco più debole. Occorre, dunque, ripristinare la filiera del legno, elemento da costruzione assai più sostenibile di quelli che normalmente assediano le nostre città. E occorre anche ridisegnare le comunità: proporre nuovi centri di aggregazione, seguendo l’esempio francese dell’introduzione dei cosiddetti café di montagna: centri di incontro e di distribuzione di vari servizi. Un modello replicabile è quello attuato in Valle d’Aosta, dove l’associazione Natura Valp in Valpelline ha sviluppato un’offerta di turismo slow a partire da rifugi, aziende agricole, strutture commerciali, con l’ausilio di guide alpine. Avviato nel 2012, «l’11 dicembre 2021, in occasione della Giornata internazionale della montagna, le Nazioni Unite hanno riconosciuto Natura Valp come esempio di turismo montano del futuro»5.
Questo manifesto per la montagna ricorda l’imperativo di recuperare casolari in abbandono e incentivare, con una burocrazia ad hoc, il sistema dei trasporti e delle connessioni: «la montagna può davvero dare risposta alle grandi trasformazioni che il nostro tempo ci impone in termini di rispetto dell’ambiente e di qualità della vita»6. Come l’autore aveva già osservato nel precedente saggio Assalto alle Alpi (2023),
la conservazione ambientale consapevole non dovrebbe vedere nel degrado della Terra una Mater dolorosa che ingenera una nuova forma di devozione. […] Non preserviamo le Alpi per fissare un’immagine di pura bellezza, le preserviamo per poter vivere e lavorare in un ambiente del quale non vogliamo rovinare le caratteristiche peculiari7.
Il modello valdostano della Valpelline ci spinge verso un sistema di fruizione della montagna che recupera la nozione di paesaggio modellato dall’uomo. Si tratta quindi di riannodare con consuetudini antiche per rinnovare. E l’elemento del legno rimane cruciale.

Restando in Valle d’Aosta, il legno è stato il fulcro della mostra “Selvatica. La bellezza nascosta” (Centre Culturel Villa Michetti, Pont Saint-Martin, 13-27 giugno), intesa a disvelare la bellezza nascosta in una radice abbandonata o in foglie staccate dal vento. Le creazioni di Lara Cavagnino (per contattare l’atelier: Fb: Lalabò crea; Instagram: Lalabò Crea) sono incentrate sul legno come materia viva: i particolari più minuti delle piante selvatiche sono impressi nell’argilla, così come immagini del bosco sono congelate in fotografie inserite nei manufatti.

È un intreccio di foglie, cortecce, radici, vecchie tavole recuperate in soffitte, fili che sembrano ricucire le ferite del tempo. La luce del rame intercetta e interseca le nervature di foglie strappate allo scorrere del tempo.


Alcune foglie acquisiscono intarsi geometrici.
Fotografie in bianco e nero di fiori sui rami sono innestate su assi nodose, richiamando in vita l’essenza di quella trave abbandonata: l’albero vivente da cui è stata ricavata. Le foglie diventano a loro volta matrici di tasselli che si sovrappongono al legno, come nuovi frutti irrorati da una resina d’oro;

Le impronte di fiori di campo creano pannelli dove cicatrici dorate sottolineano la precarietà della vita, richiamando la tecnica giapponese del kintsugi.

Si tratta di un intervento volto a dare una nuova forma a un elemento spesso scartato, valorizzandone le tracce lasciate da ciò che ha incontrato.
- Le foglie cadute del tiglio si accartocciano come un cuore si chiude intorno al ricordo di ciò che ha perduto (traduz. nostra). ↩︎
- Cfr. Marco Albino Ferrari, La montagna che vogliamo. Un manifesto, Torino, Einaudi, 2025, p. 119. ↩︎
- Cfr. ibid., p. 66. ↩︎
- Ibid., p. 58. ↩︎
- Ibid., p. 113. ↩︎
- Ibid., p. 130. ↩︎
- Id., Assalto alle Alpi, Torino, Einaudi, 2023, p. 30. ↩︎
